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Genitorialità condivisa: costruire insieme la crescita dei figli

Ci sono famiglie in cui i compiti sembrano distribuiti in modo naturale, altre in cui ogni decisione diventa terreno di scontro silenzioso: chi accompagna il bambino a scuola? Chi si occupa delle regole? Chi consola? Chi “porta il peso mentale” della quotidianità?
La genitorialità condivisa non riguarda soltanto la divisione pratica dei compiti, ma il modo in cui due adulti riescono a sentirsi parte della stessa squadra educativa. Non significa essere identici, né pensarla sempre allo stesso modo. Significa, piuttosto, costruire uno spazio comune in cui il bambino possa percepire stabilità, continuità e cooperazione emotiva.
Nella cultura contemporanea il ruolo genitoriale è profondamente cambiato. Sempre più spesso madri e padri desiderano partecipare attivamente alla crescita dei figli, condividendo responsabilità, cura e presenza emotiva.
Tuttavia, il desiderio di collaborazione non elimina automaticamente le difficoltà.
La genitorialità condivisa può entrare in crisi quando:

  • uno dei due genitori si sente sovraccarico;
  • i modelli educativi ricevuti nelle famiglie d’origine sono molto diversi;
  • manca uno spazio di comunicazione autentica;
  • il conflitto di coppia invade il ruolo genitoriale;
  • si sviluppa una competizione implicita su “chi è il genitore migliore”.

In molti casi non si tratta di assenza di amore o di impegno, ma di una difficoltà nel coordinarsi emotivamente.
Uno degli aspetti più discussi negli ultimi anni è quello del cosiddetto “carico mentale”: quell’insieme di pensieri, pianificazioni, attenzioni e cure invisibili che accompagnano la gestione familiare.
Non riguarda solo “fare”, ma ricordare, prevedere, organizzare: le visite pediatriche; le attività scolastiche; i bisogni emotivi dei figli; le routine quotidiane.
Quando questo peso ricade prevalentemente su una sola persona, possono emergere stanchezza, risentimento e senso di solitudine.
La condivisione autentica nasce allora non soltanto dalla distribuzione dei compiti pratici, ma dal riconoscimento reciproco della fatica.
I bambini apprendono molto più dall’atmosfera relazionale che dalle regole dichiarate.
Crescere in un contesto in cui gli adulti collaborano, si confrontano e si rispettano offre un modello emotivo fondamentale.
Questo non significa evitare ogni conflitto. Al contrario, vedere due genitori che riescono a discutere senza svalutarsi può insegnare ai figli che le differenze non distruggono il legame.
Quando invece il bambino viene coinvolto nelle tensioni, diventando messaggero, arbitro o alleato di uno dei due, può sviluppare confusione emotiva e senso di responsabilità eccessivo.
Un equivoco frequente è pensare che la genitorialità condivisa richieda una perfetta simmetria.
In realtà ogni genitore mantiene il proprio stile relazionale, la propria sensibilità e il proprio modo di stare con il figlio.
La condivisione sana non nasce dal controllo reciproco, ma dalla fiducia che l’altro possa avere un modo diverso ma valido di accudire; nella possibilità di correggersi senza colpevolizzarsi; nel fatto che il bambino non abbia bisogno di genitori perfetti, ma sufficientemente presenti e coerenti.
Il tema della genitorialità condivisa diventa ancora più delicato nelle separazioni.
In questi casi la sfida consiste nel distinguere il conflitto di coppia dal ruolo genitoriale.
Essere ex partner non significa smettere di essere genitori.
Tuttavia, mantenere una collaborazione minima può richiedere un grande lavoro emotivo, soprattutto quando sono presenti rabbia, delusione o ferite relazionali profonde.
Per il bambino, però, poter continuare a sentire entrambi i genitori come figure affidabili rappresenta un importante fattore protettivo.
La genitorialità condivisa non è uno stato raggiunto una volta per tutte. È una costruzione quotidiana fatta di aggiustamenti, dialoghi, errori e riparazioni.
A volte condividere significa alternarsi. Altre volte significa chiedere aiuto. Altre ancora significa riconoscere apertamente: “In questo momento sono in difficoltà”.
In una società che spesso idealizza la perfezione educativa, crescere un figlio è un processo relazionale. I bambini non hanno bisogno di famiglie impeccabili, ma di adulti capaci di collaborare, anche imperfettamente, nel prendersi cura di loro.

Per approfondire:

  • Bowlby J., Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, 1988;
  • Cyrulnik B., Resilienza. La cura di sé, Raffaello Cortina Editore, 2012;
  • Minuchin S., Famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, 1974;
  • Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, 1965.

Autrice: Lorella Cartia

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